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Latifa Echakhch, À chaque stencil une révolution, view of the exhibition “Speakers’ corner”, Tate Modern, Bankside, London., 2007
the artist, kamel mennour, Paris and Galleria Francesca Kaufmann, Milan. © Latifa Echakhch

Nature Morte

by Milovan Farronato

La ricerca di Latifa Echakhch reagisce ai modelli identitari normati dalla società, dall’appartenenza religiosa e dallo Stato. In Frames, un lavoro del 2001, Echakhch ha disfatto, filo per filo, una serie di tappeti per la preghiera islamica, lasciandone intatta unicamente la cornice, confondendo lo spazio immaginario che delimita il suolo sacro da quello impuro. Politica e poetica, delicata e critica, la pratica dell’artista marocchina, attraverso l’utilizzo di oggetti apparentemente ordinari, è occasione di svelamento di quei codici impliciti che, talvolta, ci sfuggono.


Certificate de vie (2002) e Alien of Extraordinary Ability (2004), due delle tue opere, si servono di due espressioni che descrivono condizioni molto diverse. Alla fine si tratta di due facce della stessa medaglia, ironica e drammatica al tempo stesso. In che misura la cittadinanza influisce sui diritti umani? Che cosa sono le “capacità straordinarie” che menzioni nella tua targa dorata?
Il “certificate de vie” è un documento ufficiale marocchino la cui unica funzione è quella di dimostrare che una persona è ancora viva. È usato per lo più per scopi amministrativi; ecco perché l’ho richiesto inizialmente. È rilasciato dal consolato del Regno del Marocco: ho dovuto solamente presentare a un funzionario dello stato civile la mia carta d’identità marocchina e un documento che comprovava la mia residenza a Parigi, e il certificato mi è stato rilasciato. Questo documento attesta ufficialmente la mia esistenza all’amministrazione marocchina e mi permette di avvalermi di questo diritto!
Il visto statunitense “Alien of Extraordinary Ability” o di categoria 0-1 è dato a quegli stranieri in grado di dimostrare di “avere raggiunto il vertice nel loro settore di attività”. Gli stranieri con capacità eccezionali sono quelli con “abilità straordinarie nelle scienze, nelle arti, nell’istruzione, nell’economia o nello sport, che hanno ricevuto riconoscimenti prestigiosi a livello nazionale o internazionale e i cui risultati nei rispettivi campi possono essere dimostrati per mezzo di un’estesa documentazione”.
M’interessava la stranezza di queste due espressioni, così come m’interessano, in generale, tutte le formule ufficiali che uso nelle mie opere. È piuttosto strano aver bisogno di un certificato per dimostrare al proprio paese natale di essere vivi ed essere definiti “super-stranieri” – una sorta di superuomini – per ottenere un visto!

E ancora: “Decide di continuare a interessarsi della questione” (Resolution, 2003) e “Spazio da compilare a cura dello straniero” (Hospitalité, 2006): altre frasi, altre storie incise sulle superfici e impresse profondamente nella nostra umanità. Qual è la fonte di queste altre tue opere?
Resolution, del 2003, è un estratto del testo delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che terminano spesso con questa formula. In inglese suona abbastanza strana, come se si trattasse di una traduzione errata. Ho presentato l’opera per la prima volta in Tailandia, nel 2003, durante la fase d’incertezza che ha preceduto l’inizio della guerra in Iraq. Il consiglio dell’ONU ha espresso una condanna nei confronti di un possibile intervento militare degli USA, ma la sua risoluzione non è stata rispettata, perciò ho voluto mettere in discussione l’efficacia di questo organismo internazionale. Questa è la fonte, ma fuori da tale contesto, la frase può essere usata per moltissime altre situazioni. La formula è dipinta a mano sul muro usando della vernice nera. Guardandola da vicino si possono vedere tutte le imperfezioni dell’applicazione. È facile immaginare l’artista, davanti al muro, che dipinge questa frase come se fosse un ragazzino in punizione a scuola!
Per Hospitalité, ho tratto la frase da un documento che ho dovuto compilare per ricevere un nuovo certificato di residenza in Francia e che deve essere riempito in una sezione dallo straniero e in un’altra dall’amministrazione. Io me ne servo come statement artistico: ho scavato la frase nel muro e dopo la fine della mostra, un altro straniero ha colmato lo spazio vuoto con dello stucco, per dar modo di allestire un altro evento, ma la frase è ancora celata nella parete.

Sembra che manchi sempre qualcosa, o di qualunque cosa si tratti, non c’è più, non è più qui… Penso, per esempio, a Frames (2001) o a Micro vide (2006). Nel primo caso hai ritagliato i motivi interni di una serie di tappeti da preghiera, lasciando solo i bordi. Nella seconda opera hai messo in scena tre treppiedi con dei microfoni vuoti. E poi anche nel più recente A chaque stencil une révolution / For Each Stencil a Revolution (2007) e Fantasia (empty flag), 2008. Che cosa stai deliberatamente omettendo o evitando?
L’unica cosa che ho tolto è stato il significato pratico dell’oggetto. Privando gli oggetti della loro funzione più evidente e rendendoli obsoleti, il gesto si configura come una sorta di trasformazione minimizzante e destabilizzante. Infatti, ho ritagliato i tappeti lasciando solo gli elementi che servono a delimitarne la superficie. In Fantasia ho tolto le bandiere che avrebbero dovuto essere appese a ciascun pennone e ho esposto questi ultimi in maniera tale che ciò che vediamo non sia più un insieme ben armonizzato. Per quanto concerne A chaque stencil une révolution, vi è in primo luogo una forte volontà d’astrazione; è come se compissi ogni passo del processo di duplicazione, ma ordinando e assemblando il tutto in modo diverso. Certamente metto da parte l’utilità, ma non elimino i fondamenti. È il noto paradosso del personaggio di Bartleby di Melville che, con il suo “preferirei di no”, continua ad affermare con forza il proprio gesto ed è proprio per questo che lascia aperto tutto il campo delle possibilità.


Latifa Echakhch, À chaque stencil une révolution, view of the exhibition “Speakers’ corner”, Tate Modern, Bankside, London., 2007
courtesy: the artist, kamel mennour, Paris and Galleria Francesca Kaufmann, Milan. © Latifa Echakhch

Percepisco un “atto” potente, e vedo anche un climax. Qualche volta, come in Studio Oriental (2002), il set di un servizio fotografico è lasciato in disordine, in altri casi, più recenti, è fatto a pezzi, come in Erratum. In che modo la “violenza” entra nella tua produzione?
Forse, la violenza è intrinseca a gran parte dell’attività artistica; scolpire il marmo, per esempio, non è un’azione facile, oppure tagliare la carta per dei collage o rompere la ceramica per un mosaico... La violenza, nelle mie opere, ha in larga misura, a che fare con i risultati di un’azione radicale e irreversibile; è il modo più semplice per liberare un oggetto dal suo uso, per decostruirlo. Sono profondamente attaccata all’idea di una natura morta che, di fatto, è un paradosso tra la l’immobilità e la vita delle cose; in francese la chiamiamo nature morte, così talvolta bisogna “uccidere” l’oggetto per rendere possibile una diversa lettura. Ma la violenza non è mai diretta, perché l’azione è sempre compiuta prima dell’inaugurazione della mostra, non è una performance. Questo è l’unico modo in cui posso spiegarlo; non sono particolarmente isterica, sono nota per essere molto calma e gentile.

Nonostante tutte le questioni politiche e sociali sollevate dal tuo lavoro, mi risulta impossibile percepire, innanzitutto, il lato romantico e poetico… In quale delle tue opere viene messa maggiormente in discussione la tua idea di heimat (in tutti i suoi riferimenti politici e poetici)?
Non provo affatto nostalgia del concetto di heimat; trovo sospetta l’idea di tentare di trovare o di riscoprire un’origine; potremmo perfino dire che si tratta di un approccio ingannevole. Ma il sospetto è un processo interessante, ti offre la distanza necessaria a considerare le cose. Non posso rinunciare ai riferimenti politici e poetici, perché sono i miei strumenti principali, e anche quando racconto tutte le piccole storie che riguardano ciascuna opera, e il modo in cui l’oggetto iniziale è trattato nella mia vita quotidiana, vi è sempre una moltitudine di riferimenti. Questo è proprio il motivo per cui m’interessa agire su quell’oggetto.

Sei fisicamente presente solo in un’opera, mi pare: French Touch (self-portrait), 2004. Un paradosso, una questione d’identità? Un gesto semplice, ma indubbiamente non semplicistico...
Un giorno, in un negozio, una donna mi disse che ho delle stupende unghie alla francese. Non avevo mai sentito quell’espressione; nel mio caso è assolutamente naturale ed è per quello che rimasi così sorpresa dal fatto di avere quest’identità francese innata, per via delle mie unghie. Mi è sembrato divertente lavorare su questo aspetto, realizzare un autoritratto in veste di immigrata perfettamente integrata. Si vede solamente metà del mio braccio sinistro, a grandezza naturale. La parete bianca sullo sfondo accentua il colore scuro del braccio nella parte inferiore. Ho mescolato due motivi iconografici molto semplici per mettere in mostra le mie unghie, uno dei quali collegato a un gesto di protesta: pugno chiuso sollevato e il pollice curvato come quello della mano di Fatima.

La prossima edizione di Manifesta si terrà nella regione spagnola della Murcia, la zona dell’Europa più vicina all’Africa settentrionale, e al Marocco in particolare. Lo scopo è quello di analizzare il confine tra questi due scenari culturali tanto vicini e tanto diversi. Mi ricordo Snow in Arabia (2003) (la prima delle tue opere che ho visto), un cubo nero, una Mecca realizzata con del nastro nero applicato su un monitor spento... Poiché sei chiaramente interessata a questi argomenti, quali sono le tue aspettative in merito all’evento?
Non ho delle aspettative a riguardo, ma spero fortemente che gli artisti nordafricani, o africani in generale, non verranno usati come soggetto, com’è stato fatto, invece, in tutti questi anni sin dai tempi di “Les Magiciens de la Terre”. Vi sono così tanti artisti interessanti e non capisco perché si senta sempre il bisogno di rinchiuderli dentro delle scatole, di definirli o di metterli in mostra come se fossero delle attrazioni esotiche. È la stessa cosa con la questione del genere e io sono particolarmente sensibile a questo argomento: non voglio essere usata come immigrata e/o come donna, perché non sono solo quello. È questo il motivo per cui rifiuto sempre questo tipo d’invito orientato. Tali questioni, dal punto di vista sia teorico sia storico, sono davvero molto più complesse di così, ecco perché non possono essere ridotte a un solo aspetto.

Abbiamo menzionato molte opere della tua produzione passata: quali sono i tuoi progetti nel prossimo futuro?
Questa domanda richiederebbe una risposta lunga, e personalmente preferisco parlare delle mie opere dopo che sono state presentate. Per ora mi limiterò a invitarti a vedere i miei prossimi lavori alla galleria Kamel Mennour di Parigi: farò una mostra in due parti dal titolo “Pendant que les champs brûlent”, dalla fine di maggio fino alla fine di luglio. Quest’estate farò, inoltre, due mostre monografiche, “Les sanglots longs” alla Kunsthalle Fridericianum di Kassel e alla Kunstverein di Bielefeld. E a settembre esporrò per la prima volta alla galleria Francesca Kaufmann di Milano. Si tratta prevalentemente di nuove opere e d’installazioni site specific. Devi andare a vederle, e poi possiamo parlarne!
(01/08)

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