Un aspetto su cui più si è riflettuto nell’ultimo decennio è il riposizionamento dell’esperienza modernista nella società e nella cultura contemporanea. La forma, quale passaggio, non più solo geometricamente composto, ma come possibile mediazione emozionale, metafora di una dimensione dell’esistenza che si appropria e rimanda, che tocca e sconvolge. Viviamo un momento in cui, nonostante le scoperte e l’avanzamento sociale, sembra si avverta la necessità di guardare al passato per la comprensione per ciò che avviene e che avverrà. Dovrebbero esserne felici i più conservatori – i fautori di un modello culturale che deve unicamente rappresentare la storia – di ritrovare giovani artisti che comunque pongono riflessioni estetiche e politiche fortemente citazioniste, utilizzando le esperienze storiche per attraversare ulteriori territori del pensiero e della forma. La discussione allora si sviluppa mettendo alla prova i dogmi della storia, ribaltandone le convinzioni e i suoi punti apparentemente fermi.
Kitty Kraus, tedesca, nata nel 1976 (vincitrice del Blauorange Art Prize nel 2008), attua tale tipologia di sovversione, provando a raccontare, a metaforizzare, in chiave politico esistenziale, le possibilità della struttura, della forma e della tradizione a essa collegata. Morte, esistenza, crescita, alchimia, magia, entrano allora in uno spazio che sceglie d’esprimersi attraverso gesti minimi e ponderati e che prova a riaprire le maglie di un mondo, forse per tanto dogmatismo storico, sospeso in una visione univoca. Una sorta di minimalismo narrativo, di necessità di ripetizione e ordine estetico, per poter raccontare passaggi fondamentali di un modo di concepire il gesto creativo ed esistenziale. Il Metro cubo d’infinito di Pistoletto, l’astrazione scultorea di Richard Serra, l’avanguardismo geometrico di Kasimir Malevic, rappresentano alcuni dei punti di partenza e, allo stesso tempo, di arrivo; compongono il motore che si accende grazie alla storia, una storia ancora tutta in movimento, che prevede ancora una possibilità: di essere riletta e ri-raccontata.
Gli anni ‘90 confezionano una serie di esperienze che, progressivamente, utilizzando le possibilità intellettuali dell’esperienza dell’arte concettuale, si aprono a nuovi possibili scenari. In Germania, Isa Genzken utilizza gli stereotipi della struttura anche per raccontare: il blocco di cemento viene corredato di antenne radio e quindi di una valenza narrativa che apre alla possibilità di fusione di ciò che è stato con ciò che è, con la personalità di chi lo fa, qui ed ora, attraverso la propria esperienza. Non esiste più la rigidità per cui l’arte concettuale deve rigorosamente sottostare a quel processo tutto scientifico, quasi matematico che negli anni ‘60 e ‘70 vedeva contrapposti Sol LeWitt a John Baldessari, l’uno rigidamente sostenitore della non emozionalità del processo creativo e l’altro invece dell’umanità possibile del gesto artistico.
Kitty Kraus, Untitled, 2006courtesy: Galerie Neu, Berlin
Kitty Kraus pare vivere in costante dialogo con i miti del Modernismo, con le sue convinzioni formali, la trascendenza, l’ottimistica fiducia nel potenziale utopico della tecnologia. I materiali utilizzati dall’artista tedesca – vetro, ghiaccio, luce – sono scelti appositamente per poter evocare un passaggio, una fragilità che appartiene a tutti, ma che troppo spesso evitiamo di considerare per paura, forse, di verificarne l’esistenza. Ma Kitty Kraus, comunque, non assume una posizione ideologica moralista e moralizzatrice, utilizza invece la propria condizione quale metodo per sviluppare una riflessione che, sebbene aperta e universale, resta del tutto intima e personalmente poetica. Contenitori di colore e luce, lampadine che scoppiano con lo sciogliersi del ghiaccio in cui sono costrette, vetri che disegnano forme e che paiono fondersi con le pareti su cui sono appoggiate: sono esercizi compositivi dal dichiarato tentativo di attuare una scrittura profondamente radicata, che ricordano l’irruzione riflessiva su cui Blinky Palermo, sul versante razionale/analitico e Joseph Beuys, in una dimensione più politico/poetica, hanno fondato la loro esperienza artistica e sociale.
Questa la forza di Kitty Kraus, la naturale rilassatezza nell’attuare un meccanismo fatto di forma e di contenuto, di poesia e d’analisi, partendo dalla citazione e dallo sguardo verso i riferimenti che compongono una nuova e ulteriore possibilità del pensiero. Oliver Koerner ci fa notare che Alexander Rodchenko, nel 1921, sosteneva che il significato della linea, in ogni sua possibile accezione, fosse stato già deciso. Da un lato il suo significato di bordo, di limite, di connessione, dall’altro la sua importanza come elemento di costruzione principale di ogni organismo vivente: “La linea è la prima cosa e l’ultima, sia in pittura che in generale in ogni costruzione, la linea è bordo, passaggio, movimento, toccare, antidisegno, taglio”. La stessa linea di cui Kitty Kraus abbonda nello sviluppo di ogni idea in forma, la linea che assume una connotazione quasi sacrale nel suo rappresentare un segno d’origine quasi assoluto. Ma se per Rodchenko la linea rappresenta principalmente il primo passaggio verso la costruzione, per Kitty Kraus la linea si muove in direzione opposta, in una sorta di rewind in cui la decostruzione è il processo che si aziona, il movimento che avvia la sottrazione e la riduzione dei segni per meglio rendere un ideale di essenzialità. Di qui la scelta di un percorso che sia estremamente intenso e articolato nella sua struttura intellettuale, ma assolutamente pulito nella sua manifestazione.
Kitty Kraus aziona, comunque, un atto d’accusa nei confronti di una società che sceglie l’appiattimento e propone superficie e basta. La mitologia modernista, da propulsore intellettuale si è ridotta in estetica da negozietto, superficiale e incolta, a riflessione di un fashion system piccolo borghese, in un “fai da te” culturale che spoglia ogni cosa del suo significato profondo per ridurlo a strumento di mero intrattenimento. L’accusa a un sistema che presuppone la velocità quale unica possibilità esistenziale, il consumo come solo segno di un’esistenza che, al contrario, necessita seriamente, di riappropriarsi di un proprio tempo, di un tempo riflessivo in cui riallacciare i rapporti con se stessi rappresenta una possibilità non solo esistenziale, ma filosofica e culturale, possibile via di fuga e capacità di riconcentrazione. Tra le opere più recenti di Kitty Kraus vi sono i cubi specchiati che hanno lampadine da 500 watt al loro interno. La luce si riflette diventando visibile solo sui bordi esterni della costruzione. La lampada riscalda il mirroring di vetro in modo che il cubo scoppi dopo mezz’ora. Questo atto di violenza è, allo stesso tempo, forza liberatrice, esplosione di una forma che soffre nel sentirsi costretta. Kitty Kraus si oppone al controllo delle operazioni formali con un processo sperimentale, con quell’energia che rende incontrollabili, nel loro corso, elementi semplici, reazioni primarie, strutture “di base”.


























