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Tris Vonna- Michell (detail), Tris Vonna- Michell (detail) - photo: Wolfgang Tillmans , 2005
Wolfgang Tillmans

Tris Vonna Michell

by Caterina Riva

Secondo la leggenda, Tris Vonna-Michell è nato nel 1982 in Essex, nel sud-est dell’Inghilterra, e ha studiato a Glasgow e alla Staedelschule di Francoforte. La sua pratica artistica è una miscela esplosiva di musica, letteratura, slang e ritmo: immaginatevi il Tristram Shandy di Laurence Sterne catapultato nel presente in versione MC. Le sue performance sono la messa in scena di storie che l’artista crea mischiando il suo vissuto a momenti eroici e meno eroici della storia, collegamenti fuminei tra luoghi geografici disparati e persone di epoche diverse. Nelle sue prime performance, l’interazione era letteralmente uno contro uno con lo spettatore: questo decideva quanto tempo mettere a disposizione per sentire ciò che Tris aveva da raccontare, tempo che poi veniva scandito da un timer, solitamente a forma d’uovo. Ora la platea si è allargata: dopo le personali del 2007 al Witte de With di Rotterdam e a Cubitt, Londra, il 2008 lo vedrà protagonista di una personale alla galleria T293 di Napoli e alla Kunsthalle di Zurigo, oltre che partecipare alla Biennale di Berlino e alla Triennale di Yokohama. Gli occhi sono tutti puntati su di lui. Anche quelli di Caterina Riva. Segue la trascrizione della chiacchierata via Skype, fatta qualche tempo fa da lei e Tris, in quel momento di stanza a Detroit.


DICEMBRE 2007
Caro Tris,
non vorrei fare un pezzo critico né farti un’intervista canonica, ma provare a fare qualcosa di più in linea con il tuo operare. Vorrei chiederti delle cose e vedere dove ci portano le risposte. Il prerequisito è che non puoi imbrogliare prendendo tempo, ma devi produrre in tempo reale una risposta; quindi, se sei d’accordo, ti darei un appuntamento su Skype, dove possiamo scriverci come se parlassimo di persona.

GENNAIO 2008
Cara Caterina,
allora, per quanto riguarda la tua idea per la rivista, se la proposta è ancora valida, io ci sto. Mi sembra interessante, ed è anche una bella sfida, direi.

FEBBRAIO 2008

LONDRA, 19:15:02

Sei pronto?

DETROIT, 14.15:05

Via!

Sei piuttosto sovraesposto in questo momento: perché allora Detroit? È un luogo dove nasconderti per poter sviluppare delle nuove storie?
Sì, sono a Detroit per scrivere, raccogliere materiale, preparare nuove storie... O capitoli di storie.
La città è molto dura ed è quasi impossibile muoversi senza un’auto, quindi sono tagliato fuori per la maggior parte del tempo... Sono frustrato dall’inerzia che mi ha preso da quando sono qui, però è anche un posto intrigante e stimolante... Il mercoledì sera, partita di basket, c’è rumore, molto rumore. Come quello dei Wolf Eyes, band fantastica... Ah, poi la Motown: la struttura, l’industria, l’etica e la politica della Motown sono molto interessanti, ricche di stimoli... Casio, casinò... Sì, per un nuovo progetto sto pensando di usare il caso/le macchine da gioco/i meccanismi di narrazione... In particolare sto pensando a delle registrazioni audio...

Raccontami come sviluppi i tuoi progetti. Come raccogli il materiale? Prima di tutto scrivi, studi, o fai foto? Nessuna di queste cose? Tutte insieme?
Esattamente, tutte insieme. Ho una natura intuitiva, e la seguo fino a trovarmi in posti come Detroit. Devo confessarlo, è un gioco d’azzardo. Però amo fare ricerca in questo modo, mi piace perché è pericoloso. Detroit, per esempio: perchè sono qui? Ancora non lo so...

Ci dev’essere una ragione per cui hai scelto Detroit, non credo nel puro caso.
La ragione per Detroit: Robocop. Mi sono informato su quale fosse il più popolare tra gli articoli di seconda mano nei negozi di Londra… Era Robocop, il più amato tra gli oggetti rifiutati e dimenticati. Quel che ho fatto è stato andare nella città dove è ambientato Robocop...

Il tempo e la durata hanno sempre un ruolo centrale nei tuoi progetti attuali?
Sì, direi di sì. Ma al momento sto anche tornando alla linguistica, sto imparando il giapponese...
E poi, per i nuovi lavori, sto usando nuove tecnologie, nuovi approcci...

Del giapponese ti interessa più il ritmo o il contenuto? Il dialetto napoletano è fantastico, se ti interessa il ritmo, ha una musicalità innata: è davvero una lingua cantante...
Il contenuto è importante, ma le incomprensioni e le difficoltà linguistiche sono altrettanto centrali... La melodia e la musicalità sono aspetti che voglio senz’altro considerare. Per la mostra da T293, farò una performance in giapponese e inglese; una ragazza italiana tradurrà le mie frasi a una stenografa, che trascriverà il tutto in italiano... Sperando che regga il ritmo... La ragazza ricoprirà il ruolo della coreuta, ascoltando le mie parole e recitandole al pubblico.

Il pubblico ti preoccupa? All’inizio, le tue storie venivano attivate attraverso un’interazione uno contro uno con lo spettatore. Ora che il pubblico si è allargato, l’intimità è stata compromessa?
...

Hai paura? Voglio dire, sei super impegnato, costretto a lavorare con una certa pressione. Vorrei capire a che punto questo ti stia influenzando...
Sì, troppo impegnato, decisamente. La pressione, invece, quella mi infastidisce meno. Il problema più grande è senz’altro la mancanza di tempo: non ho tempo per riflettere, per considerare le cose che ho fatto in passato insieme a quelle nuove, per leggere e scrivere... Io non sono assolutamente quel genere di artista che lavora in studio: ho bisogno di tempo, un sacco di tempo... Invece, ironia della sorte, ne ho sempre meno. E questo non può che influenzare il mio modo di lavorare.
Quindi sì, per tornare alla tua domanda iniziale, sto usando Detroit come nascondiglio! Hai ragione!

Per te è importante la forma in cui i tuoi lavori rimangono nel tempo? Voglio dire, quel che fai si oppone radicalmente al possesso di un oggetto riproducibile... Per esempio, che immagini dovrebbero usare secondo te le riviste quando si occupano del tuo lavoro?
Da studente fantasticavo parecchio su una soluzione per tale dilemma... Elaboravo ingegnose strategie da applicare alla riproduzione... Ma poi, di nuovo, mancanza di tempo, poi altri progetti... E ho lasciato perdere...

Che differenza c’è tra storia, narrazione e bugia?
Per farla breve: la differenza tra storia e narrazione è un sottile linea di soggettività; per quanto riguarda le bugie, non ci ho mai creduto. Avverti una fragilità nel mio lavoro per la faccenda della longevità? Faccio riferimento alla natura effimera del mio lavoro, in relazione al mondo dell’arte di oggi...

20:34:47
Penso che la natura effimera del tuo lavoro sia ciò che lo rende forte e interessante. E sono sicura che farai bene, ma penso anche che tu debba fare attenzione. L’importante è che tu abbia il controllo completo, per questo devi considerare tutte le variabili che sono connesse al lavoro vero e proprio: il pubblico, l’esistenza dei lavori, la loro riproduzione... Capisci cosa intendo?

20:35:33
Sì, merci, capisco... Ci si vede allora, quando torno...
(01/04)

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