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ESSAYS Mousse 2

Cut That!: Gordon Matta-Clark

by Simone Menegoi

 

“Se fosse inventata, la sua vita potrebbe essere considerata come una parabola fiabesca del giovane artista segnato dal destino; e uno dei suoi misteri residui è semplicemente perché egli non sia notevolmente più famoso e considerato come una celebrità dalla cultura in generale”. Così Thomas Crow presenta Gordon Matta-Clark nella bella monografia che la casa editrice inglese Phaidon ha dedicato a questo artista, e non si sa prebbe dire di meglio. Matta-Clark non è diventato (ancora) una leggenda per il grande pubblico, ma potrebbe diventarlo. Gli ingredienti per un film di Julian Schnabel ci sono tutti: il milieu bohèmien chic (era figlio del pittore surrealista Roberto Matta); l’aspetto e il carisma da giovane divo; la carriera pubblica brevissima e folgorante; la morte precoce, a trentacinque anni appena.

 

Basta quest’aureola di morto giovane per giustificare la fama di Matta-Clark, e soprattutto la devozione che gli tributano gli artisti delle ultime generazioni? Certamente no. Giocano senz’altro un ruolo importante le sue realizzazioni più famose e spettacolari, gli squarci che, dal 1971 in poi, aprì in edifici abbandonati o destinati alla demolizione. Da studente di architettura quale era stato, divenne profeta dell’‘anarchitettura’ (fusione di anarchy e architecture coniata da lui e da amici come Laurie Anderson e Richard Nonas) e incominciò ad asportare abusivamente – e pericolosamente – sezioni di pavimenti in condomini derelitti del Bronx; qualche anno dopo, si ritrovò a intagliare enormi volumi tridimensionali all’interno di edifici messi a disposizione da gallerie e musei. Ma forse nemmeno queste imprese epiche, ammantate del fascino di ciò che è perduto (ne sopravvivono solo le fotografie), giustificano da sole la sua popolarità negli ultimi anni. Gli omaggi recenti (dichiarati o impliciti) al suo lavoro vanno dall’evento parigino Light Conical Intersect (1996) di Pierre Huyghe al ciclo di opere decostruttive di Michael Sailstorfer, dalla mostra In the Belly of Anarchitect ideata da Huyghe, Rirkrit Tiravanija e Pamela S. Lee (Portikus, Francoforte, 2004) agli scavi e alle esplorazioni del sottosuolo di Hans Schabus, fino alla mostra Odd Lots (Queens Museum of Art e White Columns, New York), conclusasi nel gennaio scorso, in cui il progetto incompiuto di Matta-Clark Fake Estates è stato rivisitato sia da artisti storici, sia da giovani come Helen Mirra o Francis Alÿs. E questo senza contare le molte mostre postume dell’artista presso musei e gallerie.

Il vero segreto di questa attenzione sta in un’opera compressa in una manciata di anni, ma sorprendentemente vasta, stratificata e attuale. Un’opera di cui i celebri tagli, i cuts, costituiscono solo una parte, e che spazia dalla performance, al video, alla fotografia. Impossibile raccontarla in un articolo; possiamo però accennare ad alcune linee tematiche. Ad esempio, c’è il rapporto di Matta-Clark con il cibo, visto come strumento, simbolico e concreto al tempo stesso, per creare una comunità (una lezione imparata a memoria da Tiravanija). Tutti sanno di Food, il ristorante che l’artista aprì a Soho insieme ad alcuni colleghi, e che considerava un’opera a pieno titolo (tanto da cercare di venderlo come tale a Leo Castelli). Meno noto è il fatto che uno dei primi interventi di Matta- Clark nello spazio pubblico, svoltosi nei terreni abbandonati sotto il Brooklyn Bridge (Jacks, 1971), culminò nell’arrostimento di un intero maiale, che venne poi offerto ai presenti. Un banchetto/performance ripetuto anni dopo nel cuore di Parigi, davanti all’edificio (allora in costruzione) del Pompidou dopo l’inaugurazione del suo cut, come per creare un’analogia fra affettare il cibo per mangiarlo e affettare un edificio. Un’intuizione nata forse durante la ristrutturazione di Food, quando, ricorda Carol Goodden, “Gordon decise di tagliarsi un sandwich di muro: tagliò una sezione orizzontale attraverso il muro e la porta e se ne innamorò. E così cominciarono i tagli”.

Allo stesso tempo, gli strumenti per cucinare fornivano a Matta- Clark una sorta di equivalente prosaico e quotidiano dell’alchimia, l’interesse per la quale gli era stato ispirato dalla lettura di Jung. Fra il 1969 e il 1970 frisse insieme fotografie e oro, si dedicò per mesi a misteriose colture/cotture organiche, ne espose i lembi disseccati fra tralci di vite. Un fascino, quello per l’alchimia, che si prolunga fin dentro gli interventi architettonici. Il loro scopo, dichiarò l’anno precedente a quello della sua morte, era quello di mettere in comunicazione dimensioni contrapposte, “estendere l’edificio… verso il basso tanto quanto verso l’alto, come un motivo alchemico in cui c’è questa definita dicotomia – o equilibrio – fra alto e basso”. Cosa che fece letteralmente, scavando nelle fondamenta delle case e aprendovi tagli verso il cielo, senza perdere di vista le implicazioni simboliche e spirituali delle due direzioni: dedicò lo scavo ossessivo fatto nel pavimento della galleria parigina di Yvon Lambert (1977) al fratello gemello Sebastian morto l’anno prima, forse suicida, la cui scomparsa gli aveva lasciato un doloroso senso di colpa; chiamò l’enorme taglio semicircolare aperto nel magazzino sul Pier 52 di New York (1975) un rosone, proprio come quello di una cattedrale gotica.

Infine, c’è la dimensione forse più attuale del suo lavoro, quella politica. L’architettura non come creazione estetica ma come materia grezza da scolpire, da un lato, e preciso indice (di malessere) socio-economico, dall’altro; la polemica contro la paranoia della privacy come forma di auto-segregazione; i tentativi di spezzare questa segregazione appoggiando o promuovendo la creazione di spazi collettivi (come la fabbrica occupata a Sesto San Giovanni nel 1975, l’anno della sua personale alla Galleria Ala di Milano); tutti questi spunti, al centro del lavoro di molti artisti e architetti radicali di oggi, sono già stati affrontati da Matta-Clark. Si ritrovano in lavori come Fake Estates (1973-1974), l’acquisto per pochi dollari di minuscoli e inservibili lotti di terreno nel Queens, parodia della speculazione edilizia e dell’ossessione per la proprietà immobiliare; oppure Window Blow-Out (1976), la rottura di tutti i vetri dell’Institute for Architecture and Urban Resources di Manhattan allo scopo di renderlo simile agli edifici delle parti degradate della città. (Peter Eisenman, che all’epoca dirigeva l’istituzione, fu così furioso per quel gesto da paragonarlo al raid nazista della Kristallnacht).

Fin dove si sarebbe spinto, se fosse vissuto, il temerario anarchitetto? Aveva sognato di aprire un buco nel muro di Berlino; John Baldessari ipotizzò che avrebbe potuto tagliare in due uno dei simboli dello sfruttamento capitalistico, il World Trade Center. (La dichiarazione è del 1985; riletta oggi, dà i brividi). In realtà, Matta-Clark era abbastanza lungimirante da prevedere che i suoi poetici e polemici cuts avrebbero potuto presto trasformarsi in cliché, e addirittura diventare parte del vocabolario dei costruttori. Gli architetti erano già sulle sue tracce: Frank Gehry contattò nel 1977 la galleria di Matta-Clark a Houston per comprare una sua opera. Così, malgrado la richiesta crescente di nuovi tagli, i suoi ultimi progetti, stesi mentre era già malato di cancro, riguardavano architetture aeree, rifugi nell’aria fatti di cavi intrecciati e sostenuti da palloni aerostatici. Non sapremo mai che piega avrebbero preso; se quella di architetture visionarie ma praticabili o, ancora una volta, di shock terapeutici per guarire l’architettura dal feticismo del mattone. Come l’appunto, spedito agli amici anarchitetti, su una possibile soluzione alla crisi energetica: “bruciate la casa di un vicino”.

 

Originally published on Mousse 2 (June 2006)

 

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