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ESSAYS Mousse 4

O.C. Does America

by Luca Martinazzoli

 

Scott Klinger. Courtesy: the artist

 

Siamo a Newport beach, Orange County. C’è un’economia che traina la California. Dentro ha la capitale dei surfisti e del punk rock, di quello che si sfoga nei giardini con piscina. Poi ci sono i nervi scoperti, il white trash che degenera in comportamenti autodistruttivi, il consumismo isterico e rateizzato, rivoli di intolleranza razziale e segregazione.

A guardala dall’alto OC è una distesa senza fine di villette monofamiliari. Si aggregano in pattern ordinati. A guardala dentro vedi lo spettro della modernità. L’aeroporto di Irvine è intitolato a John Wayne. Te lo ritrovi bronzeo quando ritiri i bagagli. La presenza di un cowboy non è casuale. La struttura urbana è organizzata intorno a gated community. Pezzi d’immaginario esotico fanno da etichetta a complessi edilizi trincerati dietro un muro. Lottizzazioni che ti vendono la sicurezza come se giocassimo a guardie e ladri. Ma la gente compra. La gente scappa dagli spettri di una città multiculturale e inquinata. “White flight”, la classe media ha lasciato Los Angeles alle enclave latine e asiatiche per rifugiarsi nei sobborghi. Security in divisa, cancelli inespugnabili e sofisticati sensori di controllo. Le gated community hanno nomi campestri o tropicali e ti promettono “a bit of paradise”. Dentro c’è la monotonia di un villaggio vacanze. La sicurezza del nulla nascosto dietro la banalità.

Gli sprawl sono stati un parto utopico, senza ritorno. Altro che casalinghe disperate. Negli anni sessanta le signore erano felici di chiudersi in una cucina all inclusive con un giardino fiorito. Si sono accorte tardi che oltre la cucina non ci potevano andare. Si sono accorti tardi che stare in macchina tre ore al giorno per raggiungere un posto di lavoro ti cambia. Probabilmente non si sono ancora resi conto che hanno prosciugato il territorio e il deserto è dietro l’angolo. Bill Owens all’inizio degli anni settanta fotografava il fiorire di queste periferie entusiaste della modernità. Esce nel 1973 con Suburbia, un libro cult. Tutti sorridono illusi che la felicità si ritagli in una villetta mono famigliare piena di elettrodomestici, due marmocchi e un garage coperto. La fluorescenza di una società patriarcale e consumista si trova nei lunghi titoli delle foto.

“I’ ve always been sales-oriented. If I can sell myself, I can sell the product. I take pride in my customers and have sold nine cars to one family. Everyone you meet is different.” “I bought the lawn in six-foot rolls. It’s easy to handle. I prepared the ground and my wife and son helped roll out the grass In one day you have a front yard.” “We’re really happy. Our kids are healthy, we eat and we have a really nice home.”

 

Scott Klinger. Courtesy: the artist

 

Peccato che il sogno è pieno di crepe che lo xanax non riesce a sanare. Blaise Christie ne racconta un pezzo, di quel malessere che stria OC. Lui fa il regista, porno. Lontano dalla Porn Valley. Si annoia in Orange county. Si annoia e gira porno di gente annoiata, disperata. Sembrano Suicide Girl (suicidegirls.com). La pubertà trafitta dai piercing e dagli aghi pieni d’inchiostro. Si fanno roba tagliata male. Sono ritratti di una gioventù autodistuttiva e narcisa. Ti eccita, forse neppure. Le ragazze non sanno recitare. La grammatica dei clip è banale e ripetitiva, la musica è quella di una cassetta di un adolescente di provincia. Ma funziona. Il gesto erotico è una farsa, e tutto il resto cosi vero, cosi tossico e disperato. E’ un vuoto vertiginoso, talmente profondo da risucchiare pezzi di una generazione. Guardatevi i sui trailer online (www.electrofilms.com). Neorealismo d’appartamento, girato con una S-VHS. Lo chiamano alt porn, ma dentro c’è il pulsare di un sentire comune, che va oltre forme di consumo. C’è la miseria e l’isolamento dello sprawl. L’economia che ha spinto la crescita è stata quella aerospaziale e militare. Milioni di dollari per la sicurezza globale, famiglie che pagano le rate con gli stipendi da marines. Bandiere stelle e strisce appese fuori di casa. Pax Americana, come la serie di fotografie di Scott Klinger. Il lavoro sporco lo fanno gli americani. Io scrivo per Mousse. Loro si abbronzano in Iraq. Scott Klinger invece fa il fotografo. I suoi ritratti raccontano la quotidianità della violenza. Non c’è nulla di straordinario nella brutalità che trapela dalle sue immagini. La violenza striscia sottopelle, nei portafogli e sotto il cuscino. E’ il collante che ci tiene tutti per mano. Nei suoi ritratti non c’è retorica, non c’è traccia di ideologia. Lui insegue implacabile il ventre molle della modernità. Klinger è cresciuto in Arizona, tra gli sprawl che si stagliano nel deserto. Per lui gli sprawl sono schermi a troppi pollici e i tuoni dei caccia bombardieri. La sera si sta a casa a bere. La domenica si va a sparare. Non si gioca alla guerra, siamo in guerra.

C’è anche la paranoia delle gang. Sono arrivate tra la glassa dell’Orange County. Si sono prese gli sprawl e le misure per la sicurezza aumentano. Quelli che raccolgono più affiliati sono FxTroop. Ti assoldano a scuola, ti danno una stigma e fai il lavoro sporco. Stanno all’avamposto della guerra tra borghesia bianca e la crescente popolazione latina. I latini sono il 30% della popolazione di OC, alla faccia del “white flight”. Poi ci sono le enclave asiatiche e afroamericane. Il tasso di criminalità è cresciuto vertiginosamente spinto dalle frizioni sociali. Gli immigrati illegali si nascondono tra le pieghe della ricchezza. È la prima tappa quando passano il confine. Edilizia e giardinaggio. Oppure fanno manovalanza tra le gang. Le punte si trovano intorno a Santa Ana. La Rockfeller Foundation (2005) dice che è uno dei posti più difficili dove crescere un figlio. Le gang latine girano sulle low rider, classic. Quelle asiatiche invece preferiscono le forme aerodinamiche. Quando fanno i primi soldi si fanno il Lamborghini. Una replica, chiaramente. A Ontario, a est di Los Angeles, c’è un distretto che produce fiberglass. Piccoli laboratori con una decina di operai, in nero. Ti presenti con una Mazda e 5000 dollari. In poche settimane ti ritrovi una replica di una Diablo. Scegli pure il colore.

C’è del marcio in OC, ma rimane la lente più interessante da cui guardare gli Stati Uniti. Se negli anni novanta il nostro immaginario era segnato dai quartieri di lusso di Los Angeles e i ragazzetti che suonavano il grunge a Seattle, l’Orange County negli ultimi anni si è presa tutto. Le sitcom si girano li. O.C., Laguna Beach: The Real Orange County, Arrested Development, Scrubs, The Real Orange. La musica punk rock si suona li, si produce più punk rock ad Hunnington Beach che in una della tante città che si definiscono capitali culturali. La mediana degli stipendi e tra le più alte del mondo. O.C. DOES AMERICA. Segno di uno sprawl che nonostante tutto produce ricchezza e immaginario. E il modello si esporta. Torna su google. Scrivi Orange County. Finisci in Cina. Stessa storia, stesso progetto per nutrire le stesse aspettative di benessere. Stanno investendo milioni di dollari per ricreare quello che a troppi sembra un paradiso.

 

Originally published on Mousse 4 (November 2006)

 

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