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CONVERSATIONS Mousse 6

Philippe Decrauzat

by Edoardo Bonaspetti

 

Probabilmente Phlippe Decrauzat non è un nome che vi dice molto. In Italia infatti non ha mai esposto, ma al compenso, di recente lo abbiamo visto allo Swiss Institute di NY, in occasione della sua personale, e al Palais De Tokyo, nella bella collettiva 5.000.000.000 d’annes; e poi proprio in questi giorni al Centre d’Art Contemporain di Ginevra, che ospita una sua grande mostra. I suoi lavori colpiscono immediatamente, scuotono lo spettatore, e quando ti trovi di fronte ad uno dei suoi wall-painting è come se il mondo ti crollasse addosso. Il ragazzo ha imparato la lezione di cruciali movimenti artistici del passato (con un occhio di riguardo all’arte cinetica) ma è stato capace di elaborare uno stile personalissimo ed incisivo, che si fonda sulla contaminazione tra le diverse discipline, dal cinema alla musica. Leggete quest’intervista, perché di questo ragazzo sentiremo parlare, e poi perché capirete che cosa hanno a che fare i Joy Division con una Pulsar.

 

EDOARDO BONASPETTI: In arte, l’astrazione si è progressivamente allontanata da una dimensione che faceva appello alla razionalità e al progresso verso una realtà sempre più minacciata dal caos e dall’incertezza. Mi viene in mente Mae West, in cui la tela sembra abbandonarsi esausta al suolo… Trovi anche tu che l’astrazione possa essere emblema di un mondo privo di equilibrio, di punti di riferimento?

PHLIPPE DECRAUZAT: È un discorso complesso, ma è vero, siamo lontani da quei modelli ordinati e in un certo modo rassicuranti che era possibile individuare da principio nell’astrazione. Non penso che si possa ancora parlare di posizioni forti ed emblematiche, ma ciò che dici è sicuramente vero per Mae West.

EB: Chi sono i tuoi punti di riferimento?

PD: È più corretto parlare di influenze temporanee. In quest’ultimo periodo, ad esempio, sto guardando diversi film di Bruce Conner; ma trovo molto interessanti anche i lavori di Lo Savio, Westermann, Gustav Klucis e Monte Hellman… sono troppi i miei punti di riferimento per farne un elenco.

EB: Nei tuoi lavori ricorrono spesso citazioni di vario genere: dal cinema – e penso a Kubrick, al film di fantascienza Tron – all’arte – e penso a Moholy-Nagy, a Frank Stella… come interagiscono questi riferimenti, queste appropriazioni, con il tuo lavoro?

PD: Non ci sono regole definite, non si può giocare d’anticipo: le cose accadono. Tuttavia ogni volta che cito qualcuno, che rendo omaggio ad un artista, o più in generale a qualcosa che mi ha segnato in modo fondamentale, questo è il risultato di una scelta precisa e consapevole. Per Tron, ad esempio, ho ripreso la forma di un frisbee sul quale erano disegnati una serie di centri concentrici. L’elemento cinetico di quell’immagine, quel bersaglio impresso sull’oggetto mi hanno colpito in modo così forte, che è stato naturale appropriarmene immediatamente.

EB: La storia dell’astrattismo è ricchissima di innesti, di contaminazioni tra diverse discipline: dal graphic design al cinema dall’architettura alla musica, ma anche la letteratura… È un continuo scambio tra territori. Come te lo spieghi?

PD: Questo è precisamente ciò che mi interessa: le connessioni inattese. Come non sorprendersi di fronte ad un’immagine scientifica, e mi riferisco a quella di una Pulsar, che finisce sulla copertina del primo disco dei Joy Division, Unknown Pleasures? E poi, che senso può assumere questa stessa immagine dopo anni e anni? Sono tutte questioni che mi appassionano.

EB: Nei tuoi dipinti scomponi lo spazio e i piani visivi, a volte forzando i limiti di un’immagine piatta, bidimensionale verso la tridimensionalità. Tuttavia, nonostante le opportunità offerte da mezzi tecnologicamente più avanzati come il video ed il digitale, hai portato avanti questa sperimentazione attraverso un mezzo tecnologicamente obsoleto: la pittura. Come mai?

PD: Fortunatamente oggi la pittura non è più legata e sottomessa a questioni tecniche, e questa condizione ne garantisce una maggiore libertà d’espressione. Le manipolazioni e le trasformazioni che le mie immagini subiscono sono infatti per la maggior parte molto semplici, non ho bisogno di chissà quale supporto tecnologico. E poi non mi interessa tanto la tecnica, quanto la relazione che intercorre tra il mio lavoro e lo spazio, per esempio.

EB: Ecco, appunto: come ti relazioni con gli spazi in cui intervieni?

PD: Dipende tutto dal luogo, dalle pareti sulle quali devo lavorare, dall’anatomia dello spazio. Non ci sono regole. Per la mostra al Centre D’art Contemporain di Ginevra, ad esempio, ho cercato di rompere la frontalità e l’assetto rigoroso del museo attraverso alcuni espedienti che creassero movimento e rendessero gli spazi più dinamici.

EB: Infatti i tuoi lavori mettono alla prova l’occhio, le capacità percettive dello spettatore, è come immergersi in una dimensione alterata e destabilizzante… Pensi che un’immagine, ma anche l’arte più in generale, possano sconvolgere il nostro modo di guardare alle cose, al mondo?

PD: Personalmente, posso dire che a me succede. Ogni volta che lavoro ad un pezzo o mi concentro su un progetto, la mia vita ne è alterata, e io ne esco cambiato. Non riesco a discernere il mio lavoro dalla realtà, le immagini che produco e il mio vivere quotidiano sono cose indissolubili, si scambiano input reciprocamente: è una contaminazione costante.

EB: A Ginevra hai anche presentato il tuo primo short film: A change of speed, a change of style, a change od sfene; Part II. Come è stato il confronto con questo nuovo medium?

PD: Si tratta di un film girato in 16 mm, in bianco e nero. 24 immagini proiettate al secondo! Il ritmo è abbastanza meccanico e ripetitivo. Mi piaceva l’idea di giocare con il riverbero e le pulsazioni luminose che le immagini producevano con lo spazio circostante.

EB: Nei tuoi lavori utilizzi diversi colori, ma sembri prediligere il bianco e il nero. Come mai?

PD: Non è che abbia alternative. È il contrasto più forte che si può trovare sulla scala cromatica. Per me non è una scelta, è quasi un obbligo.

EB: È comune pensare che il graphic design svizzero sia in assoluto il migliore. Tu che ne pensi?

PD: Non puoi chiederlo a me: io sono di parte! Ma diciamo che non ho delle preferenze nazionali! Mi piacciono singoli designer.

EB: Sei uno dei membri fondatori di Circuit, uno spazio per l’arte contemporanea nato nel 1998 a Losanna. Qual è il tuo ruolo? Come si muove l’associazione? Cosa avete in programma?

PD: Circuit è uno spazio indipendente per l’arte contemporanea gestito da artisti. Organizziamo mostre, realizziamo i progetti più disparati e molte edizioni. Potremmo definirlo uno spazio di produzione e di scambio. Ultimamente mi anche ha permesso di pubblicare un disco di un gruppo newyorkese che amo: i New Humans.

EB: Quali sono i tuoi prossimi progetti? A cosa stai lavorando?

PD: La mia prossima mostra apre prossimamente al Walcheturm, uno spazio a Zurigo. Si intitola Undercover e raccoglierà diversi lavori realizzati tra il 2005 e il 2007 tra cui una scultura luminosa e un film in 16 mm con la colonna sonora dei New Humans! A change of speed, a change of style, a change of scene part 1/2/3.

EB: Un tuo difetto?

PD: Cerco sempre di evitare le interviste!

 

Originally published on Mousse 6 (January 2007)

 

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